lunedì 5 settembre 2016

Due cose per cui la Cina è veramente avanti

Lo conoscete Uber, vero?, questo sistema di taxi privati che puoi prenotare quando esci da un locale e i taxi non ci sono o se ci sono non si fermano, e quindi o te la fai a piedi, o resti in piedi al bordo della strada finché non passa un taxi o una mototaxi, o ti scarichi Uber, che ti mostra quali macchine sono a disposizione lì vicino e paghi con carta di credito e puoi anche dare un giudizio se t'è piaciuto o no, così quando scegli il taxi hai anche il ranking, una stella due stelle quattro stelle a seconda che guidi bene, che non ti faccia fare il giro del globo, che sia pulito e via dicendo. 
Già questo mi era sembrata un'app intelligente.
Ma.
Oggi ho scoperto che c’è questa applicazione che si chiama Mobike, cioè non è che l’ho proprio scoperta oggi, ne avevo già sentito parlare prima delle vacanze ma oggi me la sono scaricata. 

Mobike è un sistema veramente innovativo di bike sharing, che mette a disposizione le bici a un prezzo praticamente irrisorio, 1yuan ogni mezz’ora, cioè 13 centesimi, e per sbloccarle basta fare la scansione del QRcode, il lucchetto si apre e tu usi la bici finché ti pare, poi la lasci dove ti pare (cioè non proprio dove ti pare: non dentro casa tua per esempio) e la chiudi con il lucchetto, e in quel momento finisce il tempo di utilizzo. L’applicazione ti mostra le bici più vicine a te, quindi non è che devi vagare a caso alla ricerca delle due ruote arancioni. 

C’è anche un sistema per guadagnare punti (o perderli). Per esempio, ogni volta che si utilizza la bici si ottiene 1 punto, 1 punto se si comunica la rottura della bici o un parcheggio scorretto, 2 punti invitando un amico o accogliendo l’invito di un amico. I comportamenti scorretti invece vengono puniti, per esempio se si parcheggia all’interno di un’area privata -20 punti, se parcheggi erroneamente per due volte di seguito l’account viene congelato per una settimana. Usare un lucchetto privato annulla tutti i punti, così come dimenticare di chiudere la bici che va persa o trasportare illegalmente la bici. Abbandonare la bici quando intercettati dalla polizia -50 punti. Eh, sono cose.

Aperta parentesi 
Capisco che questo sistema sia valido nei Paesi civili, dove ci sono in tutte le strade posti dove parcheggiare le bici, per esempio, o dove le strade a due corsie hanno uno spazio dedicato alle due ruote, oppure marciapiedi larghi apposta per farci andare le bici, o dove non ti facciano la multa perché percorri in senso contrario l'unica strada che ti consente di andare verso il centro e contemporaneamente avere una discreta possibilità di rimanere vivo. Che poi se mi succedesse, di prendere la multa dico, io costringerei il sindaco a percorrere quella strada là in bicicletta, e anche il vigile che mi ha dato la multa, giusto per fargli capire come ci si sente, su due ruote, a essere ligi alle regole, e gli direi di mandarci anche suo figlio a scuola, in bici su quella strada là, con la cartella di venti chili che ballonzola sul fondoschiena, tutti i giorni alle sette e mezza, autunno inverno primavera e un pochino di estate. 
Ci scommetto le scarpe che ci va col SUV.
Chiusa parentesi

Al momento dell’iscrizione viene richiesto un deposito di 299yuan, cioè 40 euro, da cui poi vengono scalati i soldi del noleggio, e che comunque è rimborsabile. Come paghi? Ma con WeChat! 

WeChat è questa applicazione chenonpuoipiufarneameno, una crasi di whatsapp e facebook, con cui fai davvero tutto qui in Cina, dagli appuntamenti di lavoro alle chat delle mamme della scuola. Ci paghi il ristorante o i musei o la spesa al super e anche in internet e perfino i debiti agli amici, e senza commissioni per altro, e fai pure vedere a chi vuoi quanto sei bello/fico/interessante come su fb, con l’opzione però che se non ti vuoi sorbire i post di qualcuno semplicemente dici al sistema di nasconderli, come puoi decidere di nascondere i tuoi a qualcuno che preferisci non li veda.
Io per esempio ho nascosto i contatti che scrivono solo in cinese, che tanto non capisco una mazza.

In più, wechat non dipende dal numero di telefono. Cioè, se vuoi avere il contatto di una persona senza che quella sappia il tuo numero, voilà (addio stalking). Comunque puoi anche telefonare, videochiamare (addio skype), mandare allegati come con la posta elettronica. No, i tortellini non li fa. Però te li puoi ordinare via wechat al più vicino ristorante italiano.


venerdì 26 agosto 2016

L'importanza del controllo degli sfinteri in una società nappy free

Lo sapete perché i cinesi non usano i pannolini usa e getta? 
Non lo so neppure io, ma ipotizzo che sia principalmente una questione economica. Avete idea di quanto si spenda per ogni bambino soltanto per i pannolini? ho fatto un calcolo per voi: considerando circa 35 centesimi di euro a pannolino per cinque pannolini al giorno (eh, cagano un sacco i neonati, vuoi che non lo sappia?) per diciamo 2 anni, vuol dire esattamente 1.277, 5 euro. A bambino. 
Vero che qui finora uno solo ne potevano avere, ma comunque è una bella cifretta. Ti ci compri un paio di IPhone6, per dire.

Comunque questa cosa che i cinesi non usano i pannolini è una faccenda seria.
Per noi è una gran fortuna. Intendo per noi “umanità intera”. 
Provate a pensare se li usassero… non solo non avremmo materiale fotografico di chiappette che escono dai pantaloni, che fa molto “wild China”, ma dal momento che la Cina è la nazione più popolosa al mondo saremmo sommersi di pannolini usati, interi silos di bombe chimiche, montagne di merde sigillate, un impatto ambientale devastante, non so se mi spiego.
Quindi, fiùùùùù.

Il problema è che poi a questi pargoli nappy free gli scappa. E non è che i cinesi si facciano molti problemi, sul dove fargliela fare. Rimane negli annali della Delta Airlines la vicenda di quelli che hanno lasciato che l’amato erede unico defecasse sul sedile dell’aereo, coperto pietosamente da un foglio di giornale, con buona pace asfissia dei vicini; ma anche in situazioni meno critiche (leggi: meno pressurizzate) la cosa potrebbe creare qualche fastidio, se proprio vogliamo escludere l’imbarazzo (ma capita anche a voi? di provare imbarazzo di fronte a un gesto di cui non siete minimamente responsabili? che dovrebbe imbarazzare chi lo fa, la verità).
Comunque.
Capita per esempio che li vedi fare pipì ai bordi della strada (il vizio per altro rimane anche in età adulta, ma questo succede ai maschi di tutto il mondo, pare). Ma pure tra le macchine del parcheggio, in mezzo alla confusione delle biciclette accatastate, sul pavimento liscio e lucido della stazione o del centro commerciale, proprio lì in mezzo, per non parlare dei parchi e delle aiuole. Insomma, quando scappa scappa, e se fino a due/tre anni i bambini non hanno il controllo degli sfinteri non è mica colpa di nessuno (questa cosa del “controllo degli sfinteri” - va’ che terminologia scientifica - l’ho sentita per la prima volta dalle maestre dell’asilo, pare che fosse un requisito essenziale per accedere alla scuola materna).

Ma un’altra cosa curiosa è che non gli mettono nemmeno le mutande. Voglio dire, un minimo servirebbero, se non altro per evidenti motivi d’igiene: questi culi nudi seduti per terra, appoggiati ovunque, non rischiano di prendersi qualche infezione? Quando ancora non esistevano i pannolini, nel mondo occidentale dico, si usavano delle bende, no? Le fasce, si chiamavano.

Ma quello che mi ha fatto pensare alla doverosa irrinunciabilità delle mutande, mentre ero seduta in metropolitana stretta tra le mie figlie e una giovane donna cinese con in braccio una bimbetta di sei mesi al massimo che improvvisamente schizzava pipì come una fontana rinascimentale, è che servono di contenimento, ecco. 

Che la pipì dei pargoli sarà anche cosa santa, eh, per carità, ma la pisciata sulla gamba non è piacevole, specie se la gamba è la tua.

mercoledì 24 agosto 2016

Welcome back

L’aria pesante di umidità ti si appiccica addosso, ti entra nel naso e nella bocca, ne senti l’odore, ti toglie il respiro. Ci hai mai pensato? che l’aria possa toglierti il respiro? Ci impieghi un po’ prima di renderti conto che non è un momento, una sensazione passeggera, una specie di casco integrale che puoi toglierti di dosso.

È il suo modo di accoglierti. Shanghai d’agosto. Umidità 85%, temperatura 35 gradi (percepiti 42), cielo denso, spesso, grigio.
Ci infiliamo nel traffico stipati dentro un taxi, dormo tutto il viaggio di un sonno scomodo, la schiena storta, le gambe intorpidite.

A casa le piante sono morte. Stecchite, secche come solo le piante morte sanno essere. 

Ma sulla porta c’è un pacchetto con dentro un vestito di Michal che lei pensava sarebbe stato meglio a me, sul cellulare è arrivato un messaggio dell’amica Ale e in casa c’è l’aria condizionata, e tutto questo aiuta parecchio nella conversione dell’umore. 

Bentornata, Wonder.

giovedì 2 giugno 2016

Il dispaccio

L’estate del 1946 era appena agli inizi, e finalmente, dopo lunghi giorni di attesa, Marie era riuscita a farsi mandare in villa i tre bauli di indumenti e biancheria necessari per affrontare i successivi tre mesi di villeggiatura, o almeno questo era quello che pensava. Erano da poco passate le otto, la rugiada bagnava l’erba tenera e l’aria ancora fresca e tersa del mattino disegnava i contorni netti del parco. 
L’auto con l’attendente aveva appena varcato il cancello e stava percorrendo la strada sterrata, e Marie, scostata la tenda della camera da letto al primo piano, la seguiva con lo sguardo cercando di scorgere all’interno della vettura il viso familiare del giovane militare. L’auto svoltò sulla curva, e sulla lunga fiancata nera e lucida lampeggiò il riflesso di un raggio di sole. Il bagliore l'accecò per un attimo, ma le permise comunque di distinguere sul sedile posteriore un uomo in abiti civili. Dopo aver lasciato vagare lo sguardo sul parco e sulla villa, lo sconosciuto aveva fissato con insistenza la sua figura, che si stagliava netta nel vano della finestra. 
Ebbe un sussulto. I capelli neri, ancora scarmigliati, le coprivano parte del viso e la vestaglia di seta azzurra lunga fino alle caviglie era stretta da una fascia che sottolineava la vita snella e il seno alto. La donna lasciò andare la tenda e si ritrasse, stupita e perplessa per quella visita inaspettata. 
Corrugò la fronte. Non era abituata a ricevere persone senza esserne preventivamente informata. D'altra parte, riteneva assolutamente ineducato e scortese negare la visita a qualcuno senza sapere prima chi fosse e cosa volesse. E a quell'ora del mattino doveva essere urgente, quanto meno.
Tuttavia si trovava ancora in desabillé, e il disappunto per non essere preparata all'incontro prevalse sulla curiosità.
Rimase ferma per pochi attimi, poi chiamò la domestica suonando il campanello d’argento.
– Forse la Signora… – accennò la ragazza, ma le sue parole rimasero sospese quando lo sguardo severo della donna troncò ogni possibile insinuazione da parte della domestica. Il fatto che il marito fosse assente non le aveva mai impedito di ricevere uomini in casa, e non si era mai preoccupata dell’impressione che avrebbero potuto suscitare in chicchessia le visite maschili che riceveva con una certa regolarità, e in special modo nella servitù, dalla quale pretendeva assoluto rispetto e riservatezza. 
La cameriera stava per lasciare la stanza, desolata per il tacito rimprovero della padrona, ma fu fermata dalla sua voce addolcita. 
Arrivata alla soglia dei quarant'anni, Marie era capace di mescolare affabilità e autorità con una tale straordinaria efficacia che nessuno aveva mai tenuto rancore alla donna per i suoi rimproveri, né aveva mai provato sentimenti che non fossero almeno di servizievole e a volte affettuosa sollecitudine.
– Mi vorresti preparare l’abito color crema, Bettina? Credo che dovrò far aspettare questa persona. Per favore, falla intanto accomodare nel salotto rosa, finché non sarò presentabile… 
“Ci vorrà un po’”, aggiunse tra sé, sedendosi sulla poltroncina di fronte alla toeletta e notando nella specchiera le ombre scure che cerchiavano gli occhi azzurri dalle lunghe ciglia nere, come succedeva ogni mattina da ormai quasi quattro settimane. 

Quando la donna fece il suo ingresso nel salotto, silenziosamente, poco meno di un’ora dopo, la stanza era illuminata dalla luce calda del sole soffusa dalle tende chiare, leggere abbastanza da lasciar intravvedere le chiome verdi dei tigli e del noce oltre il prato. I fiori di lillà nel grande cachepot di ceramica dipinta mandavano un profumo intenso, e il ragazzo, intento a guardare i titoli di alcuni libri lasciati sul tavolino, la testa reclinata per favorire la lettura della costa, non si accorse della sua presenza. Marie, i capelli tenuti fermi da una fascia ricamata, avvolta nell’abito color crema che evidenziava la carnagione chiara, ebbe modo di osservarlo, prima di richiamarne l’attenzione con un colpetto di tosse. 
– Credo che la Sua presenza qui richieda una spiegazione, non trova?

Lui le sorrise di un sorriso forzato, poi fece un inchino e si avvicinò a Marie, che questa volta faticò a celare il turbamento. La lettera che l’uomo le porgeva aveva l’indirizzo scritto a mano, e il suo nome sulla busta era vergato con una scrittura piccola e regolare, nella quale riconobbe immediatamente la grafia del marito.
Da un lato, la cosa la tranquillizzò. Quest’uomo era stato mandato da suo marito, dunque. Come aveva fatto a non pensarci? Era arrivato in macchina con l’attendente, che di certo non si sarebbe mai permesso la libertà di accompagnare uno sconosciuto alla villa.
Marie si avvicinò allo scrittoio, prese un tagliacarte e aprì la busta, volgendosi verso la finestra nel timore che il suo viso potesse tradire i suoi pensieri, poi si scostò in favore di luce, lanciando di sottecchi un’occhiata al giovane che la fissava immobile.

Nella lettera, che, contrariamente alle missive cui il marito l’aveva abituata, era piuttosto asciutta, il re la informava che l'Italia era diventata una Repubblica, e le intimava di abbandonare immediatamente la villa e di recarsi entro il giorno successivo a Cascais, dove l'avrebbe raggiunta. Il tono della missiva non ammetteva repliche.
Il cuore della regina sembrò fermarsi. Esilio, era questo che il dispaccio le intimava. Di colpo, tutto sparì intorno: il ragazzo, i fiori sul tavolo, il sole nel cielo che quel giorno era più azzurro che mai. 
L'Italia, la sua Italia, quell'Italia che lei stessa aveva voluto più consapevole, per cui aveva sperato un futuro di libertà, non la voleva più. Si sentì mancare. Con difficoltà arrivò alla poltrona, si sedette e aspettò che lo stordimento passasse. Il Paese che aveva eletto come sua patria, in cui fin da bambina era stata costretta a vivere e che alla fine aveva imparato ad amare, aveva finalmente trovato il coraggio di liberarsi di quella monarchia ottusa.


Ripiegò con cura il dispaccio, poi alzò lo sguardo verso il giovane, che era rimasto immobile. Sapeva già, lui? Certo, tutta l'Italia sapeva. Ma in fondo, che importanza aveva? Chiuse gli occhi, e, mentre le lacrime le rigavano il viso, sorrise.

martedì 10 maggio 2016

Un mese da Pyongyang

È passato un mese, e mi sembra un’eternità. 

E di quel viaggio mi resta il ricordo di un mucchio di risate, di un pulmino sgangherato, di mani tese a salutare, di cibo in ciotole dorate, di donne che sembrano danzare nei vestiti colorati, di biciclette nella nebbia, di canzoni a squarciagola, di un vento freddo sulle montagne, di notti buie senza stelle, di sonni scomodi e brevi, di un’atmosfera da gita delle medie, piena di elettricità, di noi che stiamo insieme senza telefono, senza email, senza connessione e per questo davvero uniti, vicini, veri, vivi di una vita immediata, entusiasta, senza filtri, come eravamo quando avevamo quindici anni.

Mi resta il ricordo di una sensazione di unicità dentro lo stadio May Day, in mezzo a mille altre persone, di libertà mentre corro e i bambini mi tendono le mani, del caldo di una giornata di sole, della stanchezza nelle gambe, di alberi fioriti lungo la strada, di un crampo che sento arrivare ma che non voglio subire, della fatica che sembra non finire mai ma che poi finisce sulla linea dell’arrivo.

E mi restano le foto, un sacco di foto, perché la mia memoria ha dei buchi, alle volte, e sono convinta che fermare ogni attimo in uno scatto sia un modo bellissimo per non perdere le immagini, e anche i pensieri e le sensazioni e le emozioni legate a un momento.


È quasi l’alba, e fuori una nebbia umida copre un sole ancora arancione. Fa freddo e tutto sembra grigio, e ho una stanchezza addosso che martella nelle tempie. 
Per arrivare a Panmunjom, la zona demilitarizzata di due chilometri quadrati al confine con la Corea del Sud, ci vogliono tre ore.
Dopo una notte insonne, anch’io mi addormento, di un sonno scomodo, scosso di buche. Quando all’improvviso mi sveglio, il paesaggio mi rapisce.  Stiamo attraversando una campagna bellissima e seria, a tratti triste, una terra rigata dagli aratri trainati da buoi, punteggiata di alberi fioriti e di braccianti piegati dalla fatica e da un vento freddo e insistente che vorrebbe portarsi via tutto, anche i pensieri, anche i sogni, trattenuti con ostinazione dalle stentate barriere di paglia con cui si proteggono i raccolti. Sulla strada dritta e deserta sbucano contadini che camminano, improvvisi e soli come i cespugli gialli di forsizia, sembra che vengano dal nulla e che verso il nulla vadano con rassegnata tranquillità. 
Eppure ho l’impressione che ci sia della poesia nel paesaggio spoglio, nella lunghezza dell’orizzonte, nell’alternarsi di pianura e montagna, nell’improvviso apparire di un gregge di pecore e di un ragazzino con un bastone, nelle strade bianche e dritte che spariscono nella nebbia, nello scorrere lento di un fiume o nel pedalare stanco delle biciclette impolverate.

Una poesia che fatica a cancellarsi anche quando ci mettono in fila e pretendono serietà e contegno mentre oltrepassiamo il muro che delimita la zona di confine.
I soldati sono immobili nelle loro divise verdi, rigidi, dritti come fusi, le mostrine gialle e rosse, gli elmetti con la stella rossa al centro, disposti a quadrato appena al limite di un muretto basso oltre il quale inizia la Corea del sud.
Anche oltre il muretto, poco più alto di un marciapiede, ci sono dei soldati. Hanno divise blu notte con delle righe bianche sulle maniche e sui pantaloni, bottoni dorati che brillano al sole, elmetti blu con una scritta bianca, occhiali da sole. Stanno anche loro immobili, le gambe larghe, le braccia lungo i fianchi. Ma sembrano meno nervosi, meno rigidi. 
Altri soldati in tuta mimetica si avvicinano, parlottano, poi due di loro si mettono in posa per una foto, uno appoggia il braccio sulla spalla dell’altro. Posso immaginare le loro battute, i loro sorrisi, anche se da qui, da lontano, non si sente niente, solo attraverso il lungo obiettivo della mia macchina fotografica posso vedere il sorriso del soldato, non i suoi occhi coperti dal berretto, gli occhiali da sole appoggiati alla tesa, la cover del cellulare con la bandiera americana.

Ecco, penso, sta tutta qui la differenza.
Sta in quel cellulare, che in Corea del Nord quasi nessuno può permettersi. Sta nei sorrisi dei soldati, nei gesti di amicizia cameratesca, negli occhiali da sole che schermano gli sguardi, nell’eleganza di quelle divise blu che esaltano la tristezza di queste, verde marcio, verde spento, e non posso fare a meno di associare quei colori alla vita delle persone, ai loro gesti, ai loro pensieri.

Il ritorno è immerso nel silenzio addormentato pesante di stanchezza, ma io non riesco a dormire. Guardo il sole giallo, poi arancione, sparire dietro l’orizzonte liscio, il cielo diventare nero a poco a poco. Le torce dei contadini che tornano dai campi sono come lucciole ai bordi della strada.

Pyongyang è vasta, di un’ampiezza esagerata e vuota (vuota di macchine, di persone, di animali, di cartelloni), quasi surreale. 
Non so cosa mi aspettavo, a dire il vero, ma quello che ho visto mi sembra, nel ricordo, ricoperto di una patina grigia, come se non esistessero i colori. 
Grattacieli, palazzi, monumenti, strade, perfino i giardini sembrano sbiaditi, come in una vecchia foto in bianco e nero.
Non ci sono vetrine, luci, pubblicità, anche la propaganda è limitata ad alcune rare strutture di cemento costruite apposta per mostrare visi felici di bambini, soldati armati, paesaggi idilliaci di montagna, sorrisi di denti bianchissimi sulle facce bonarie dell’eterno presidente.

Le mastodontiche figure di Kim Il Sung e Kim Jon Il stanno immobili nel bronzo denso sulla collina Mansu, ai loro piedi mazzi di fiori colorati lasciati da donne che ruotano nei vestiti tradizionali come bambole ballerine.
Anche noi facciamo lo stesso, compriamo i fiori e li portiamo alle statue, facciamo l’inchino e la foto di rito. 
Una bambina sta disegnando seduta sulla pietra di un giardinetto, sembra lei stessa la figura di un quadro.

L’enorme museo della guerra è un monumento all’ostentazione di forza bellica di un tempo passato che sembra volersi ostinatamente incistare nel presente e che risulta tratti sconcertante, a volte quasi ridicola, talora inquietante. Vecchi carrarmati, elicotteri, camionette sequestrati ai nemici, perfino una nave ormeggiata nel canale sono i cimeli di una guerra che sembra allungare ancora la sua ombra. 

E poi la colonna di Juche, 170 metri di pietra, l’arco della riunificazione, il monumento al partito dei lavoratori, l’enorme hotel Ryugyong, l’arco di trionfo, tutti monumenti che con il loro grigiore e con la loro incombenza contribuiscono ad accrescere un senso di pesantezza incolore.
Eppure il cielo è azzurro, l’erba nei giardini è verde, gli alberi sono fioriti di fiori rosa, i bambini hanno cappellini rossi e bianchi e blu e le bambine fiocchi nei capelli e sui vestiti.

È passato un mese, ma sembra un’eternità.
E sarà stato perché eravamo sempre in gruppo, sempre con le guide come fossero gli insegnanti, con l’autista del bus che è diventato uno di noi, ma noi adulti siamo tornati ragazzini, carichi di quella specie di elettricità, dell’irrequietezza emozionante e piena di aspettative e di stupore.

E mi restano, di quel viaggio, un pettorale attaccato al frigo, una calamita a forma di bambola e una bandiera con una stella rossa, che ogni tanto guardo cercando di rivivere l’emozione di quindicenne.